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  • domenica 12 luglio 2020

Speciale medicina e salute

 


Salute, 84mila italiani con aneurisma dell’aorta addominale


 


Colpisce 84 mila italiani, in prevalenza uomini, oltre i 75 anni, ipertesi e fumatori. L’aneurisma dell’aorta addominale può manifestarsi senza preavviso con conseguenze molto pericolose: sono circa 6 mila le vittime ogni anno in Italia; la mortalità raggiunge 9 malati su 10. Ma la diagnosi precoce, ancora troppo poco frequente, può salvare molte vite. 


“L’aneurisma dell’aorta addominale consiste in una dilatazione patologica dell’arteria più importante del corpo, che veicola il sangue dal cuore a tutti gli organi. Nel tratto addominale perde elasticità e nel tempo l’aneurisma può andare incontro a una rottura – spiega Tommaso Tombesi, chirurgo vascolare del Gruppo Sanitario Usi – . Le cause sono aterosclerosi, infiammazioni delle arterie, o eventi traumatici, purtroppo i campanelli d’allarme non sono sempre riconoscibili. Il paziente non percepisce fastidi particolari e spesso si arriva in ospedale troppo tardi. Per questo è necessario, nella popolazione a rischio, eseguire controlli mirati”. 


Quali sono allora le indicazioni per sottoporsi a una diagnosi precoce? “Le persone più esposte sono gli uomini, di età superiore ai 60 anni, che presentano patologie quali ipertensione arteriosa, aterosclerosi, obesità, cardiopatie. Una maggiore incidenza si manifesta anche tra i fumatori e in situazioni di presente familiarità – prosegue l’esperto del Gruppo Sanitario Usi – in tutti questi casi è necessaria una stretta sorveglianza del paziente che dovrà sottoporsi, se necessario, ad ecocolordoppler dell’aorta addominali preventivi, da ripetere in modo sistematico, ogni 4-6 mesi, per controllare lo stato del vaso”. 


“L’ecocolordoppler – osserva ancora il Dr Tombesi – è un esame rapido e indolore per il paziente, che misura con precisione millimetrica il diametro massimo dell’aneurisma: tanto più grande è il diametro tanto più esiste il rischio di rottura improvvisa con conseguente emorragia e rischio elevato di morte. In caso di sospetto si procede con una angio-Tac o angio-RMN, in previsione anche di un eventuale intervento chirurgico, indicato generalmente oltre i 5 cm di diametro. L’intervento chirurgico tradizionale o con posizionamento di dispositivi endovascolari (ove possibile), ripristina una aspettativa di vita sovrapponibile a quella della popolazione sana di pari età. La diagnosi tempestiva può quindi salvare la vita nella quasi totalità dei casi”.


 


 


 


Malattie coronariche, la nuova via di Monza


 


 


 


La dotazione tecnologica dell’emodinamica dell’ospedale San Gerardo di Monza si arricchisce di un nuovo dispositivo per il trattamento delle lesioni coronariche calcifiche. In sala operatoria è infatti in uso il nuovo “Rotablator”, arrivato sul mercato italiano da pochi mesi. L’aterectomia rotazionale, questo il nome tecnico della procedura, è una tecnica indispensabile per consentire il trattamento dei casi particolarmente complicati di malattia coronarica. Il sistema disponibile da dicembre al San Gerardo è l’ultimo modello immesso sul mercato europeo l’anno scorso, più facile da usare e meno ingombrante del precedente. Sebbene questo strumento sia utilizzato in una piccola percentuale di casi di angioplastica coronarica (meno del 5%), la fresatura delle placche può essere l’asso nella manica che consente all’operatore di portare a termine l’intervento di angioplastica. 


“Il sistema Rotablator – ha commentato in una nota Pietro Vandoni, direttore della struttura complessa di Emodinamica – fa parte della strumentazione necessaria in una struttura di emodinamica che tratta un elevato numero di casi. Si tratta di una vera e propria ‘micro-fresa’ rotante a forma di oliva o ‘palla da rugby’ montata su un catetere che ruota ad altissima velocità (130-190 mila giri al minuto). La superficie della fresa è ricoperta da microframmenti di diamante che sono in grado di polverizzare le placche aterosclerotiche calcifiche in frammenti così fini da poter essere riassorbiti dai tessuti a valle senza provocare l’ostruzione dei capillari sanguigni”. 


In questo modo le lesioni aterosclerotiche più dure e resistenti alla dilatazione con il “palloncino” possono essere abrase e successivamente coperte adeguatamente con lo stent. Il primo paziente che ha beneficiato del nuovo dispositivo è stato un uomo affetto da una malattia coronarica calcifica associata a una insufficienza valvolare mitralica severa. L’età piuttosto avanzata e la presenza di altre patologie non cardiache hanno fatto escludere ai cardiochirurghi l’intervento “a cuore aperto”. La procedura è stata eseguita con successo il 16 dicembre scorso. Sono stati sufficienti due passaggi con una fresa da 1.25 mm a 160.000 giri al minuto per permettere il successivo impianto di un singolo stent medicato di quasi 5 cm di lunghezza e riaprire la strada al flusso sanguigno in un lungo tratto della coronaria sinistra.


 
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