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  • giovedì 14 novembre 2019

ArcelorMittal, mobilitazione sindacale e delle imprese. Vertici a Roma e Taranto per scongiurare il peggio

 


Giornate decisive per il futuro della ArcelorMittal, dopo che la multinazionale indiana ha annunciato il ritiro dalla ex Ilva di Taranto. Nella mattinata di martedì si è tenuta a Taranto la riunione del Consiglio di fabbrica, che ha deciso "di dare vita mercoledì 6 novembre a un presidio vicino la direzione, lasciando il consiglio di fabbrica permanente", mentre nel pomeriggio (alle ore 17) si tiene un vertice tra Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil territoriali e la direzione aziendale dello stabilimento. A Roma, invece, è previsto un incontro tra sindacati, Federmeccanica, Confindustria e la ministra del Lavoro Catalfo. Per domani è stato fissato a Roma, presso Palazzo Chigi, il confronto tra ArcelorMittal e il governo, rappresentato dal premier Conte e dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, previsto inizialmente per oggi. 


Nel mirino di ArcelorMittal, che ha preso la decisione di alzare bandiera bianca, c’è il provvedimento con cui, dal 3 novembre 2019, “il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso”. In aggiunta, si legge ancora nella nota aziendale, i “provvedimenti emessi dal tribunale penale di Taranto obbligano i commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019. Tali prescrizioni dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto. Lo spegnimento renderebbe impossibile per la società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il contratto”.


ArcelorMittal ha infine evidenziato che “altri gravi eventi, indipendenti dalla volontà della società, hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto”. Secondo il gruppo tutte queste circostanze “attribuiscono alla società anche il diritto di risolvere il contratto in base agli applicabili articoli e princìpi del Codice civile italiano. In conformità con il contenuto del contratto la società ha chiesto ai commissari straordinari di assumersi la responsabilità per le operazioni e i dipendenti entro 30 giorni dalla loro ricezione della predetta comunicazione di recesso o risoluzione”.


Per il segretario confederale della Cgil Emilio Miceli “Taranto e l’Italia non possono pagare il prezzo di un contenzioso infinito tra ArcelorMittal e governo. Mai come in questo caso il futuro dipende dal presente, c’è bisogno dell’impegno di tutti per evitare un disastro: l’azienda si fermi e l’esecutivo tenga fede agli impegni presi e ristabilisca le condizioni dell’accordo”. L’esponente sindacale rileva che “in nessuna area del Mezzogiorno che ha vissuto grandi dismissioni industriali c’è mai stata traccia di sviluppo industriale, urbanistico e ambientale. Da Crotone a Termini Imerese, il Sud ha conosciuto solo sopportazione e assistenza, mai sviluppo e modernizzazione. Taranto dispone di un progetto importante di riqualificazione, di risorse pubbliche e private. Evitiamo quindi di disperdere questo patrimonio, che rappresenta un’opportunità di costruire attorno alla ex Ilva quel progetto di ampio respiro e di ambientalizzazione di cui c’è bisogno, altrimenti sarà un salto nel buio”. Miceli, in conclusione, ha invitato il governo “a fare i passi necessari e l’azienda ad agire di conseguenza”.


"Siamo molto preoccupati per il rispetto del piano industriale, occupazionale e ambientale all’ex Ilva. Da tempo chiedevamo una verifica. La questione dell’immunità offre un alibi: non fornire un quadro legislativo certo è l’opposto di fare politica industriale".


Enorme la preoccupazione anche della Cgil Puglia. “Siamo alle solite: un’azienda che rimarca gravi responsabilità nei propri atteggiamenti, un governo che non è lineare nelle proprie scelte, le conseguenze sono per i lavoratori e i cittadini di Taranto, vittime sacrificali del rimpallo tra governo e azienda in quella che rischia di essere una bomba sociale”, commenta il segretario generale Pino Gesmundo: “Il governo spaventa le aziende perché non è coerente con le scelte che assume, perché con il Conte 1 aveva dato l’immunità, ma con il Conte 2 l’ha tolta. È un problema che riguarda sicuramente l’ex Ilva, ma riguarda tutti coloro che vorranno venire a investire in Italia”. Gesmundo invita impresa e governo “a rispettare gli accordi già presi che consentono, non senza responsabilità sul mantenimento dei livelli occupazionali e impegni di investimento sulla compatibilità ambientale, di affrontare una situazione in cui sono in gioco il diritto al lavoro e alla salute dei cittadini tarantini”.


Netta la presa di posizione di Confindustria. “La vicenda è emblematica e consegue a una scelta fatta in Parlamento, nelle scorse settimane, di revocare uno dei punti qualificanti del contratto che l’investitore aveva firmato con lo Stato italiano. Mi auguro che, chi deve, capisca quali sono le conseguenze di scelte irragionevoli e non meditate”. Così il direttore generale Marcella Panucci: “I continui cambiamenti di norme, gli interventi a gamba tesa sulle norme penali, l’instabilità del quadro non solo non attraggono investimenti, ma fanno scappare quelli che ci sono”.


 

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