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  • lunedì 24 febbraio 2020

E’ arrivata a Roma la battaglia contro la chiusura della Safilo in Friuli

Si sposta a Roma la battaglia contro la chiusura definitiva dello stabilimento Safilo di Martignacco (Udine) e più in generale contro il piano di ristrutturazione presentato dall’azienda, che produce occhiali da vista, da sole e sportivi, nel quale sono previsti circa 700 esuberi. Giovedì 16 gennaio è infatti il giorno del tavolo fissato, per il pomeriggio, al ministero dello Sviluppo economico, dove, insieme ai sindacati, arriveranno anche alcune rappresentanze di lavoratori dal Friuli Venezia Giulia e dal Veneto.


Il tavolo ministeriale dovrà segnare (almeno questo sperano i lavoratori) un’inversione di tendenza. Safilo, infatti, non ha finora aperto alcuno spiraglio rispetto a quanto comunicato a dicembre: chiusura del sito produttivo friulano ed esuberi. Per questo l’attesa per il vertice ministeriale, che comincerà a metà pomeriggio, è molto forte. Lavoratori e sindacati intendono “conquistarsi i contratti di solidarietà” per il sito di Martignacco e i suoi 250 dipendenti, in grande maggioranza donne, come ha spiegato il segretario della Filctem Cgil del Friuli, Andrea Modotto: “Ci vuole una soluzione che consenta di mantenere il sito aperto, perché la chiusura renderebbe molto più complicata la trattativa per l’acquisizione dello stabilimento da parte di eventuali imprenditori interessati”.


Il gruppo Safilo ha dichiarato 50 esuberi anche nella sede di Padova e 400 in quella di Longarone (Belluno), ma il confronto su quest’ultimo fronte non è partito, per scelta dei sindacati veneti, che subordinano ogni discussione al raggiungimento di un esito positivo per lo stabilimento di Martignacco.


A maggior ragione il tavolo odierno al Mise diventa fondamentale. “Ci aspettiamo che l’azienda dimostri la disponibilità a una trattativa vera – ha detto ancora Andrea Modotto della Filctem Cgil Friuli –. Fino a oggi non si sono mossi di una virgola dalla posizione iniziale. Se vogliamo fare una trattativa vera, ci si deve incontrare a metà strada, ognuno deve fare un passo e il primo tocca all’azienda: apra la discussione sulla messa in campo del contratto di solidarietà”.


Ma le preoccupazioni del sindacato, come ha sottolineato Denise Casanova, segretaria della Filctem Cgil di Belluno, non riguardano solo chiusure ed esuberi nell’immediato, ma complessivamente “la permanenza produttiva del gruppo in Italia”. “Il timore è che si voglia arrivare a uno svuotamento per produrre interamente in Cina”, ha concluso Casanova.


 


 

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