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  • venerdì 5 giugno 2020

Salvini non si fida dei giudici, messaggio su Facebook e una lettera al Capo dello Stato

 


Un messaggio su Facebook e una lettera rivolta al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il leader della Lega Matteo Salvini protesta dopo un articolo pubblicato dal quotidiano La Verità col titolo “La chat delle toghe su Salvini: Anche se ha ragione lui adesso dobbiamo attaccarlo”. Si delinea secondo il senatore “uno scenario gravissimo: diversi magistrati nei loro colloqui privati (intercettati nell’ambito del procedimento a carico del dottor Luca Palamara) concordavano su come attaccare la mia persona per la politica sull’immigrazione che all’epoca, quale Ministro dell’Interno, stavo portando avanti”.


“Che dire? Questi sono alcuni gentili magistrati intercettati e agli atti…”, dice Salvini nel video postato su Facebook, leggendo alcuni passaggi delle intercettazioni telefoniche. In giacca e cravatta e occhiali, il leader della Lega mostra dal suo ufficio il fascicolo che lo riguarda: “Questo è il mio fascicolo processuale, il capo di imputazione di cui dovrò rispondere e lo farò in totale serenità, è sequestro di persona aggravato e continuato per aver privato della libertà personale 131 migrati a bordo della nave Gregoretti nel luglio 2019…. Io mi chiedo: con quale serenità si potrà esprimere la giustizia italiana? Il capo dello Stato ritiene normale questo tono e questo contenuto tra magistrati? Leggo: ‘bisogna attaccarlo anche se ha ragione, gli italiani sono con luiSalvini è una merda’”.I nomi dei magistrati non vengono citati dall’articolo della Verità secondo cui però sono agli atti dell’inchiesta.


“Non so se i vari interlocutori facciano parte di correnti della Magistratura o se abbiamo rapporti con i magistrati che mi giudicheranno” ha scritto Salvini nella lettera al Capo dello Stato, “tuttavia è innegabile che la fiducia nei confronti della Magistratura adesso vacilla. Tutto ciò intacca il principio della separazione dei poteri e desta in me la preoccupazione concreta della mancanza di serenità di giudizio tale da influire sull’esito del procedimento a mio carico”.


 


 

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