Speciale agricoltura/Coop lancia la campagna per l’alta sostenibilità e lo stop ai pesticidi in agricoltura

Coop promuove l’adozione di tecnologie agricole innovative in grado di migliorare l’efficienza, la resa e la sostenibilità delle coltivazioni (la cosiddetta agricoltura di precisione), proseguendo una strategia di attenzione per l’ambiente e di sicurezza alimentare praticata da tempo e volta al continuo miglioramento delle prestazioni. 

Era il 1993 quando Coop avviò una campagna per la riduzione dei pesticidi raccogliendo 1 milione di firme. Da allora più di 10 molecole chimiche sono state eliminate dai prodotti a marchio Coop,spesso anticipando di anni la normativa;il prodotto a marchio Coop da tempo vanta un ridotto contenuto di pesticidi, inferiore del 70% rispetto al residuo ammesso dalle leggi.

Ma ora Coop rilancia. Anticipata da una lettera indirizzata agli inizi di febbraio ai 116 fornitori di ortofrutta a marchio Coop, in un evento a MacFrut a Rimini (la fiera più importante del settore), è stata annunciata l’ulteriore eliminazione di 4 molecole controverse per l’ambiente (4 erbicidi, tra cui il glifosato), ricorrendo a modalità di gestione alternative. Saranno possibili poche e temporanee eccezioni in casi di oggettiva difficoltà che i fornitori dovranno comunque concordare con Coop. 

I primi frutti liberi dai 4 pesticidi ad arrivare nei reparti dei 1100 punti vendita Coop saranno le ciliegie seguite a breve distanza da meloni, uva e clementine per un totale di15 colture nel corso del 2019; nei successivi tre anni queste pratiche verranno estese a tutte le famiglie dei prodotti ortofrutticoli a marchio Coop per un volume complessivo di oltre 100.000 tonnellate di prodotti coinvolti (a valore circa 325 milioni di euro. Queste azioni sono parte integrante dell’impegno di Coop a tutela dell’ambiente in cui viviamo, con ricadute positive sulla qualità del prodotto e sulla sicurezza alimentare. 

La situazione attuale e il perché della scelta di Coop- L’Italia è tra i primi Paesi in Europa per il consumo di pesticidi per ettaro coltivato che si possono trovare negli alimenti e al tempo stesso contaminare l’aria, il suolo e l’acqua. Soprattutto le acque superficiali e sotterranee risultano contaminate da pesticidi con una tendenza in aumento che spesso superai limiti di qualità ambientale. Ridurre l’impiego dei pesticidi fino alla completa eliminazione delle molecole critiche è la strada da perseguire; Coop intende farlo attraverso step progressivi, in attuazione del principio di precauzione che ha assunto come linea guida. Ridurre l’uso di sostanze chimiche che possano generare effetti negativi sull’ambiente e sulla salute va di pari passo con una migliore e più scientifica gestione delle attività agricole. E’quello che oggi prende il nome di “agricoltura di precisione”, non una vera e propria novità, ma ancora una rarità nell’ortofrutta italiana. In questo progetto Coop si pone al fianco dei propri fornitori, condividendo conoscenze e possibili supporti per l’inserimento di nuove tecnologie. Applicandole metodologie e le tecniche dell’agricoltura di precisione si realizzano coltivazioni con risparmi di acqua, energia e tempo; una app ad esempio può mappare dove si pone il seme in modo che le successive lavorazioni di concimazione, irrigazione e disinfestazione intervengano esattamente dove serve con risparmio di materiali, minori irrorazioni e aumento della resa. 

E’ un nuovo traguardo, dopo quello che ha coinvolto in anni passati i fornitori dei prodotti Coop che, fin dal 1988 su richiesta di Coop, hanno applicato alle colture i principi della produzione con tecniche di lotta integrata che utilizza insetti “buoni” per contrastare quelli dannosi: una sorta di pratica antesignana e base che oggi può completarsi con l’agricoltura di precisione.

“Quando avviamo una nuova campagna, che per noi significa un impegno nel tempo, ci consideriamo un po’ dei pionieri –ha spiegato Marco Pedroni, Presidente Coop Italia, nell’evento a Macfrut di fronte a una platea di fornitori– Lo siamo stati sicuramente nel ’93 quando l’Italia aveva una legge sui pesticidi vecchia di 30 anni e si spargeva nei nostri terreni una media di 3,4 chilogrammi a persona di pesticidi. Oggi grazie all’attenzione di tutti, delle istituzioni, dei cittadini, delle imprese non siamo più quel Paese; a fine febbraio i parlamentari di tutte le forze politiche hanno firmato una mozione approvata alla Camera che chiede un deciso freno all’uso di pesticidi, ma rimane ancora molto da fare. Ridurre l’uso di altre molecole controverse dopo quelle che abbiamo già eliminato significa alzare l’asticella, produrre un salto di qualità. E chiediamo anche agli altri di farlo. I residui di pesticidi nell’acqua e nel suolo se correttamente impiegati non sono considerati direttamente rischiosi per l’uomo, ma lo sono sicuramente per la qualità dell’ambiente in cui viviamo. Alcune di queste molecole sono discusse e critiche, con opinioni anche diverse nel mondo scientifico. Come Coop abbiamo deciso di attivare quel principio di precauzione che ci ha fatto dire di No in altri casi controversi: agli Ogm, all’olio di palma, all’uso diffuso o sistematico di antibiotici negli allevamenti. In questo modo pensiamo di fare gli interessi sia dei consumatori che dell’ambiente, ovvero esattamente ciò che una cooperativa di consumatori deve fare”.




Speciale agricoltura / La Xylella ora spaventa l’Europa. I rischi per Basilicata, Calabria, Campania e Molise

La Xylella spaventa l’intera Europa con il contagio che avanza inarrestabile verso nord a una velocità di più 2 chilometri al mese e, dopo aver devastato la Puglia, rischia di infettare nel giro dei prossimi cinque anni l’intero mezzogiorno d’Italia dalla Basilicata alla Calabria, dalla Campania al Molise. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l’allarme dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) sulla Xylella fastidiosa che minaccia la maggior parte del territorio Ue dove tra l’altro sono stati individuati altri casi di malattia, dalla Francia alla Spagna, dalla Germania al Portogallo.

Sotto accusa le responsabilità regionali e anche comunitarie a partire – sottolinea la Coldiretti – dal sistema di controllo dell’Unione Europea con frontiere colabrodo che hanno lasciato passare materiale vegetale infetto poiché il batterio che sta distruggendo gli ulivi pugliesi è stato introdotto nel Salento dal Costa Rica attraverso le rotte commerciali di RotterdamDall’autunno 2013, data in cui è stata accertata su un appezzamento di olivo a Gallipoli, la malattia – sottolinea Coldiretti – si è estesa senza che venisse applicata una strategia efficace per fermare il contagio che, dopo aver fatto seccare gli ulivi leccesi, ha intaccato il patrimonio olivicolo di Brindisi e Taranto, arrivando pericolosamente a Monopoli, in provincia di Bari, con effetti disastrosi sull’ambiente, sull’ambiente, l’economia e sull’occupazione. 

Il conto dei danni causati dalla Xylella in Italia è salito secondo la Coldiretti a 1,2 miliardi di euro, per colpa di errori, incertezze e scaricabarile che hanno favorito l’avanzare del contagio mentre si assiste a giorni alterni a malcelati tentativi di mettere sullo stesso piano i fatti raccontati dai ricercatori, con complotti utili a bloccare le attività di contenimento e le farneticazioni su miracolose guarigioni mai dimostrate da parte di personaggi in continua ricerca di autore che vivono di bugie e falsità. Un atteggiamento che ha impedito l’applicazione delle necessarie misure di contenimento e che – ricorda Coldiretti – è costato all’Italia l’apertura nel 2016 di una procedura d`infrazione da parte dell’Unione Europea che ha portato al deferimento alla Corte di Giustizia Ue.

Ma ora – continua la Coldiretti – si attende un cambio di passo con l’importante approvazione in Parlamento del Decreto emergenze, profondamente modificato rispetto all’impostazione iniziale, per sostenere gli agricoltori colpiti dell’area infetta che vogliono soltanto avere la libertà di espiantare, reimpiantare e non morire di Xylella e burocrazia, anche grazie all’individuazione di varietà resistenti come il Leccino. Lunedì 20 maggio il presidente Nazionale di Coldiretti Ettore Prandini ed il Ministro delle Politiche Agricole, Forestali e del Turismo Gian Marco Centinaio sorvoleranno in elicottero l’area infetta da Xylella, per verificare dall’alto la strage di ulivi che ha cambiato il volto e il paesaggio del Salento e pianificare gli interventi necessari a superare l’emergenza. 





Speciale agricoltura/Il maltempo ha reso nulla la raccolta del miele. L’allarme della Coldiretti

Da Nord a Sud del Paese è praticamente azzerata quest’anno la produzione di miele a causa dell’andamento climatico siccitoso del mese di marzo seguito da un mese di aprile e maggio dal meteo particolarmente capriccioso caratterizzato da vento, pioggia e sbalzi termici che non ha consentito alle api neanche di trovare nettare sufficiente da portare nell’alveare. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti sugli effetti del maltempo che rovina in Italia la giornata mondiale delle api che si festeggia il 20 maggio a livello planetario, dopo essere stata istituita dall’Onu nel 2018, per riconoscere il ruolo insostituibile svolto da questo insetto tanto che Albert Einstein sosteneva che: “se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

La pazza primavera – sottolinea la Coldiretti – ha creato gravi problemi agli alveari con il maltempo che ha compromesso molte fioriture e le api che non hanno la possibilità di raccogliere il nettare. Il poco miele che sono riuscite a produrre- spiega la Coldiretti – se lo mangiano per sopravvivere. La sofferenza delle api – precisa la Coldiretti – è uno degli effetti dei cambiamenti climatici in atto che sconvolgono la natura e si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo.

La pioggia no stop compromette il duro lavoro delle api e serve ora – continua la Coldiretti – un rapido cambiamento del tempo per salvare gli alveari. Non si tratta solo della produzione del miele poiché prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e, colza – spiega la Coldiretti – dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l’azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme come l’erba medica e il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento. Anche la grande maggioranza delle colture orticole da seme, come l’aglio, la carota, i cavoli e la cipolla, si può riprodurre grazie alle api.

Lo scorso anno la produzione nazionale finale – ricorda la Coldiretti – è stata di 22.000 tonnellate grazie soprattutto al Centro e al Nord Italia dove gli apicoltori hanno potuto tirare un sospiro di sollievo dopo molte annate negative mentre al Sud l’andamento climatico ha pregiudicato i raccolti per tutto l’anno a partire dal miele di agrumi le cui rese sono state molto scarse, soprattutto in Sicilia. In Italia – spiega la Coldiretti – esistono più di 50 varietà di miele a seconda del tipo di “pascolo” delle api: dal miele di acacia al millefiori (che è tra i più diffusi), da quello di arancia a quello di castagno (più scuro e amarognolo), dal miele di tiglio a quello di melata, fino ai mieli da piante aromatiche come la lavanda, il timo e il rosmarino. Nelle campagne italiane – continua la Coldiretti – ci sono 1,2 milioni gli alveari curati da 45.000 apicoltori tra hobbisti e professionali con un valore stimato in più di 2 miliardi di euro per l’attività di impollinazione alle coltivazioni.

Rilevanti sono le importazioni dall’estero che nel 2018 sono risultate pari a 27,8 milioni di chili in aumento del 18% rispetto all’anno precedente. Quasi la metà di tutto il miele estero in Italia arriva da due soli paesi: Ungheria con oltre 11,3 milioni di chili e la Cina con 2,5 di chili ai vertici per l’insicurezza alimentare.

“Per evitare di portare in tavola prodotti provenienti dall’estero, spesso di bassa qualità occorre verificare con attenzione l’origine in etichetta oppure di rivolgersi direttamente ai produttori nelle aziende agricole, negli agriturismi o nei mercati di Campagna Amica” consiglia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Il miele prodotto sul territorio nazionale dove non sono ammesse coltivazioni Ogm (a differenza di quanto avviene ad esempio in Cina) è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria fortemente sostenuta dalla Coldiretti. La parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell’Unione Europea, l’etichetta – continua la Coldiretti – deve riportare l’indicazione “miscela di mieli originari della CE”; se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta “miscela di mieli non originari della CE”, mentre se si tratta di un mix va scritto “miscela di mieli originari e non originari della CE”.





Speciale agricoltura/Pratiche sleali in agricoltura, Confagricoltura chiede di integrare la nuova direttiva Ue

“E’ opportuno che l’Italia recepisca ed applichi quanto prima e nel migliore modo possibile la nuova direttiva comunitarie contro le pratiche sleali nell’agroalimentare”. Ha commentato così Confagricoltura la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della UE della direttiva (UE) 2019/633, esprimendo soddisfazione per il rapido iter che ha portato ad approvare il testo praticamente in un solo anno.
 
“C’è tempo sino a 1 maggio 2021 per varare i provvedimenti di recepimento della direttiva che devono entrare in vigore non più tardi di 1 novembre 2021 – ha proseguito l’organizzazione degli imprenditori agricoli – ma possiamo e dobbiamo fare prima. Questa è l’occasione per un reale enforcement delle disposizioni nazionali di contrasto alle pratiche sleali nell’agroalimentare che l’Italia ha definito ed ha in vigore già da tempo. Disposizioni che potranno senz’altro essere rese più efficaci introducendo le novità della direttiva ma anche prevedendo disposizioni che vadano al di là di quelle europee”.
 
“I temi della tutela della riservatezza e la possibilità di presentare le denunce di pratiche sleali da parte delle organizzazioni di rappresentanza dei fornitori sono ad esempio due interessanti princìpi introdotti dalla direttiva – ha osservato Confagricoltura-. Ma si può anche intervenire, come si sta già tentando in Parlamento, per migliorare la lotta alla vendita sottocosto, un tema che la direttiva non ha inteso affrontare ma che l’Italia ha invece già definito come pratica sleale”.
 
“Auspichiamo quindi che si avvii quanto prima il cantiere per il recepimento ed il miglioramento delle disposizioni contro le pratiche sleali; un lavoro per il quale Confagricoltura è sin d’ora pronta a fornire il suo contributo nell’interesse delle imprese”.





Speciale agricoltura/Innovazione, da Agronetwork l’impegno per l’agroalimentare

"Confagricoltura e il mondo industriale condividono l’impegno per un modello di sviluppo fondato sull’integrazione delle filiere imprenditoriali e il rapporto con la ricerca scientifica". Lo ha dichiarato il presidente della Confagricoltura Massimiliano Giansanti a Torino, al convegno "Ricerca e innovazione per le filiere funzionali e la salute" organizzato dall’associazione Agronetwork per consolidare la collaborazione su progetti operativi tra le imprese agricole, alimentari e la ricerca. Agronetwork è l’associazione di imprese ed enti scientifici voluta da Confagricoltura, LUISS, e NOMISMA e presieduta da Luisa Todini.  Al Rettorato dell’Università di Torino, oggi si sono incontrati docenti e specialisti delle diverse discipline coinvolte dalla richiesta di prodotti salutistici e dall’evoluzione della nutraceutica per condividere il percorso che pone l’innovazione agroalimentare al centro dello sviluppo economico. Tra i presenti, il prof. Germano Paini in rappresentanza del Rettore dell’Ateneo torinese Gianmaria Ajani, e il prof. Remigio Berruto, coordinatore scientifico di Agronetwork. Attualmente gli investimenti per l’innovazione dell’industria alimentare italiana ammontano a oltre 11 miliardi di Euro annui su 143 di fatturato, mentre 3,8 miliardi sono l’impegno del comparto agricolo che vale annualmente 47 miliardi di euro.  I rappresentanti di Confagricoltura, unitamente agli industriali e agli accademici, hanno auspicato che da queste premesse, iniziative come Agronetwork diano contributi importanti verso nuovi sviluppi di crescita delle eccellenze produttive italiane. “Il futuro dell’agroalimentare italiano è soprattutto creare valore aggiunto espresso dalla filiera – ha detto Giansanti – Dobbiamo saper interpretare le nuove dinamiche di consumo e, attraverso nuovi linguaggi, sfruttando il digitale, informare il consumatore finale spiegando il prodotto agricolo e ponendo al centro il tema della salute”. “Agronetwork – ha aggiunto la presidente Todini – non nasce per fare rappresentanza, ma è un’agorà con industriali, agricoltori e scienziati per produrre analisi e proposte da affidare ai vari attori della filiera, a vantaggio di tutti. I ruoli di questi interlocutori sono autonomi, ma è prestando attenzione alle ricadute pratiche, anche di lungo periodo, che scienza ed economia possono crescere insieme producendo benessere per il cittadino consumatore".





Speciale agricoltura/Denuncia della Cia: “Agricoltura è fuori da dibattito politico per le elezioni europee”

L’Italia è alla vigilia di elezioni di vitale importanza per il futuro di tutti i cittadini europei, eppure le tematiche comunitarie sembrano trovare poco spazio all’interno del dibattito politico. Flat tax, revisioni del contratto di governo, revoca di incarichi o cannabis shop: la campagna elettorale non sta vertendo sulle prospettive future dell’eurozona, ma su questioni ancorate a una visione politica prettamente nazionale. In una fase storica dove le sfide del mercato globale sono sempre più difficili da superare e gli scenari geopolitici in costante evoluzione, Cia-Agricoltori Italiani ritiene, a questo punto, urgente un confronto serrato e costruttivo sulle politiche europee e su una loro possibile riforma.

Il rilancio di una visione federale e solidale dell’Europa; le regole e le procedure alla base delle sue decisioni, a partire dal ruolo del Parlamento; il protezionismo commerciale e lo sviluppo sostenibile; il tema cardine della nascita di una “vera” Unione politica per contrastare l’euroscetticismo: queste le principali questioni su cui gli Agricoltori Italiani attendono risposte dalla prossima legislatura, partendo ovviamente dalla nuova Politica agricola comune.

In questi decenni la Pac, tra le politiche fondanti l’Ue, ha garantito la sicurezza e la salubrità delle produzioni agroalimentari, così come la tenuta dell’intero sistema rurale e la salvaguardia di biodiversità e ambiente. Ecco perché -sottolinea Cia- è necessario che il budget della Pac post 2020 non venga tagliato, ma si mantenga almeno l’attuale livello di spesa. Allo stesso tempo, bisogna accelerare il percorso di riforma della nuova Pac, già avviato in questa legislatura, in una logica di semplificazione, flessibilità e innovazione.

Inoltre, devono entrare nell’agenda politica comunitaria la riforma del sistema dei pagamenti, l’accrescimento delle politiche di sostegno all’organizzazione di filiera, il rafforzamento delle politiche di gestione delle crisi. Assieme ai due pilastri della strategia politica Cia: un progetto europeo di governo delle aree interne e nuovi accordi di libero scambio che da una parte sostengano l’export Made in Italy e dall’altro tutelino i nostri prodotti sensibili da un import senza regole, anche rivedendo il funzionamento delle clausole di salvaguardia.

Sono questi gli asset su cui Cia-Agricoltori Italiani ha costruito “L’Europa che vogliamo” e rispetto ai quali gli imprenditori chiedono soluzioni ai candidati alle imminenti elezioni europee. Dalle nuove politiche comunitarie dipenderà il rilancio del processo d’integrazione dell’Unione e anche il futuro dell’agricoltura.





Speciale agricoltura/Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) chiede una riforma radicale della legge sulla fauna selvatica

Una riforma radicale della legge sulla fauna selvatica per affrontare concretamente un problema ormai fuori controllo, tra danni milionari ad agricoltura e ambiente, rischio malattie, incidenti stradali sempre più frequenti e minacce alla sicurezza dei cittadini anche nelle aree urbane. L’ha chiesta oggi Cia-Agricoltori Italiani, presentando a Camera e Senato una proposta di modifica della legge 157/92 che regola la materia.

Sette punti chiave per invertire la rotta sulla questione degli animali selvatici (ungulati, storni, nutrie), diventata insostenibile in tutto il territorio nazionale, aggiornando una legislazione obsoleta e totalmente carente sia sul piano economico che su quello ambientale.

1. Sostituire il concetto di “protezione” con quello di “gestione” - Secondo Cia, la finalità di fondo, indicata già nel titolo della legge, deve essere modificata passando dal principio di protezione a quello di gestione della fauna selvatica. Se la legge del 1992 si focalizzava sulla conservazione della fauna, in quegli anni a rischio di estinzione per molte specie caratteristiche dei nostri territori, oggi la situazione si è ribaltata, con alcune specie in sovrannumero o addirittura infestanti. L’esempio più lampante riguarda i cinghiali, responsabili dell’80% dei danni all’agricoltura: si è passati da una popolazione di 50 mila capi in Italia nel 1980, ai 900 mila nel 2010 fino ad arrivare a quasi 2 milioni nel 2019. E’ del tutto evidente, quindi, che bisogna tornare a carichi sostenibili delle specie animali, in equilibrio tra loro e compatibili con le caratteristiche ambientali, ma anche produttive e turistiche, dei diversi territori.

2. Ricostituire il Comitato tecnico faunistico venatorio, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri - L’attuale legge divide le competenze in diversi ministeri; occorre riportare alcune competenze di fondo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e, di fatto, ricostituire il Comitato tecnico faunistico e venatorio, partecipato dal Mipaaft e dal Ministero dell’Ambiente, dalle Regioni, dalle organizzazioni interessate e da istituzioni scientifiche come l’Ispra.

3. Distinguere le attività di gestione della fauna selvatica da quelle dell’attività venatoria - E’ necessario intervenire nella governance dei territori, garantendo l’effettiva partecipazione del mondo agricolo a tutela delle proprie attività. Le procedure di programmazione faunistica e delle attività venatorie devono essere semplificate e armonizzate con le Direttive europee e, allo stesso tempo, vanno ridisegnati e ridefiniti i compiti degli Ambiti territoriali di gestione faunistica e venatoria (al posto degli Ambiti territoriali di caccia).

4. Le attività di controllo della fauna selvatica non possono essere delegate all’attività venatoria - Per Cia, piuttosto, deve essere prevista o rafforzata la possibilità di istituire personale ausiliario, adeguatamente preparato e munito di licenza di caccia, per essere impiegato dalle autorità competenti in convenzione, mettendo in campo anche strumenti di emergenza e di pronto intervento.

5. Deve essere rafforzata l’autotutela degli agricoltori - Sui propri terreni, i produttori devono poter essere autorizzati ad agire in autotutela, con metodi ecologici, interventi preventivi o anche mediante abbattimento.

6. Risarcimento totale del danno - La crescita dell’incidenza dei danni da fauna selvatica è esponenziale. Ad oggi, i danni diretti al settore agricolo accertati dalle Regioni corrispondono a 50-60 milioni di euro l’anno. Secondo Cia, gli agricoltori hanno diritto al risarcimento integrale della perdita subita a causa di animali di proprietà dello Stato, comprensivo dei danni diretti e indiretti alle attività imprenditoriali. Bisogna superare la logica del “de minimis”; mentre criteri, procedure e tempi devono essere omogeni sul territorio, con la gestione affidata alle Regioni.

7. Tracciabilità della filiera venatoria - Ai fini della sicurezza e della salute pubblica, occorre assicurare un efficace controllo e un’adeguata tracciabilità della filiera venatoria, partendo dalla presenza di centri di raccolta, sosta e lavorazione della selvaggina, idonei e autorizzati, in tutte gli areali di caccia.

“Cia-Agricoltori Italiani lancia la sua proposta di riforma della legge 157/92 e si rende protagonista, negli stessi giorni, di una mobilitazione generale in tutte le regioni sul tema della fauna selvatica -spiega il presidente nazionale Dino Scanavino-. La presenza eccessiva, soprattutto di ungulati, sta rendendo impossibile in molte aree l’attività agricola con crescenti fenomeni di abbandono ed effetti negativi sulla tenuta idrogeologica dei territori. Per questo sollecitiamo le istituzioni ad agire tempestivamente, utilizzando il nostro progetto di riforma come base di discussione, per arrivare a una nuova normativa sul tema più moderna ed efficace”.