Piano freddo, aperti ricoveri anche a Termini e Tiburtina

Aumentano nel Piano freddo del Campidoglio i posti per i senza fissa dimora. “Sono a disposizione ulteriori 20 posti (ampliabili fino a 35) presso la stazione Termini e altri 35 presso la stazione Tiburtina, tutti ad accesso libero fino ad esaurimento", dichiara Veronica Mammì, assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale. 

 

"Vogliamo continuare a dare segnali di attenzione e di vicinanza a quanti vivono in condizioni di particolare fragilità aumentando il numero di posti disponibili, da aggiungere ai 450 già operativi dall’avvio del Piano Freddo considerando che ulteriori 150 posti sono in fase di attivazione nel quadrante sud-sudest della Capitale”.

 

“Voglio ringraziare Ferrovie dello Stato", prosegue l’Assessora, "e in particolare la società Grandi Stazioni per la sensibilità dimostrata nel mettere a disposizione spazi, vigilanza e servizi in un periodo dell’anno in cui il freddo è particolarmente intenso; la Protezione Civile di Roma Capitale per la garanzia dei presìdi (qualora l’emergenza dovesse raggiungere picchi più importanti, verranno comunque attivate risorse umane e operative accreditate presso il Dipartimento); la Comunità di Sant’Egidio per la distribuzione dei pasti e Zetema per la fornitura dei bagni chimici".

 

"Fare rete con il territorio", conclude Mammì, "è l’approccio giusto; che, grazie ad una positiva integrazione degli interventi, permette la realizzazione e la condivisione di obiettivi importanti”.

 

Per ulteriori informazioni e contatti chiamare la Sala Operativa Sociale al numero verde 800440022, attivo tutto l’anno 24 ore su 24.





Mense scolastiche, nuovo appalto al via il 7 gennaio

"Il 7 gennaio prende il via il nuovo servizio di ristorazione scolastica di Roma Capitale. L’Amministrazione ha garantito e tutelato la qualità del servizio e i livelli occupazionali per i lavoratori". Così il Campidoglio in una nota.

 

"A tutela dei lavoratori l’Amministrazione Capitolina ha da subito inserito all’interno della gara d’appalto una clausola sociale a garanzia dei livelli occupazionali. Il dialogo tra Amministrazione e aziende aggiudicatarie ha portato alla sottoscrizione dell’impegno, da parte delle aziende, di assicurare la continuità dei rapporti di lavoro, le mansioni e i parametri orari nei confronti dei dipendenti interessati che erano impiegati nei servizi del precedente appalto, compreso il personale delle cucine dei nidi comunali della società Roma Multiservizi SpA e delle società che gestivano il servizio in autogestione".

 

"Nel quadro delle garanzie così assicurate dall’Amministrazione lungo l’intero iter procedurale, i sindacati hanno sottoscritto con le imprese aggiudicatarie un accordo di cambio appalto che si è concluso con successo, tanto da revocare lo sciopero annunciato.Al contempo, l’Amministrazione ha ricevuto comunicazione che sia il Tar che il Consiglio di Stato hanno rigettato le richieste di sospensiva della procedura che erano state avanzate da alcune aziende. L’intera procedura è stata sottoposta alla vigilanza dell’Anac, nell’ottica di garantire massima trasparenza e tutela". "L’aggiudicazione è avvenuta in base all’offerta economicamente e qualitativamente più vantaggiosa, nell’ottica di garantire il migliore servizio per i più piccoli.Il costo medio a pasto dell’appalto al via risulta superiore al precedente. Con questo cambio appalto si interrompono le proroghe di affidamento finora avvenute, che hanno di fatto mantenuto invariato lo status quo, e si riattiva quindi un virtuoso meccanismo di mercato".





Nicola Gratteri, “Man of the Year”, Uomo dell’Anno per la lotta alle Mafie, icona della legalità nel mondo

Nicola Gratteri, Capo della Procura della Repubblica di Catanzaro e uomo chiave della lotta internazionale alla Ndrangheta.

In America lo avrebbero già chiamato alla Casa Bianca per conferirgli quella che gli americani considerano il più alto riconoscimento sociale della vita di un uomo, quello di “Man of the Year”, “Uomo dell’Anno”, riconoscimento che la società americana a tutti i livelli assegna ogni anno ai grandi protagonisti della storia del Paese.

Persino gli italiani d’America, da anni, hanno copiato ormai questa tradizione che era tutta nordamericana, e ogni anno ogni comunità italiana che vive oltre oceano assegna questo riconoscimento ai “migliori della comunità e del gruppo”. È un modo per dire “grazie per quanto hai fatto o realizzato al servizio del Paese”.

Se oggi Nicola Gratteri, vivesse a New York, sarebbe stato certamente indicato dai grandi giornali degli States “Man of the Year”, “Uomo dell’Anno”, se non altro per lo spessore e le dimensioni della sua ultima maxi operazione anti ndrangheta che il 19 dicembre ha portato all’arresto di 334 persone, operazione che fatte salve le garanzie della difesa e degli indagati ha decapitato la più potente organizzazione criminale oggi esistente in Calabria, quella dei Mancuso di Limbadi, lambendo i “fili dell’alta tensione” del potere politico, chiamando in causa oltre 35 aziende diverse dedite al malaffare, e dimostrando con una serie di arresti “eccellenti” come il confine tra mafia società civile e potere politico sia davvero così labile da permeare profondamente un intero sistema sociale, puntando infine l’attenzione e il dito contro le logge massoniche deviate che da anni sono al servizio della Ndrangheta.

Una giornata storica per la Calabria, un’indagine, nata il 16 maggio 2016, proprio il giorno dell’insediamento ufficiale di Gratteri alla guida della Procura della Repubblica di Catanzaro e che Gratteri racconta così: “Per me era importante realizzare un sogno, fare la rivoluzione, e il sogno era quello di smontare la Calabria come un treno dei Lego e rimontarla piano piano.

Il 17 maggio eravamo al carcere di Rebibbia con il mio collega Camillo Falvo, magistrato bravissimo che oggi è diventato Capo della Procura a Vibo Valentia, proprio per interrogare il collaboratore di giustizia Mantella.

Per questa inchiesta ho fatto di tutto per avere gli uomini migliori, in un lavoro che è lievitato nel tempo”. “La cosa che più mi ha impressionato in questa indagine -spiega Gratteri- è il livello di permeabilità, che la ‘ndrangheta ha avuto nella Pubblica Amministrazione, nello Stato.

È stato arrestato un colonnello dei carabinieri che dava notizie all’avvocato legale del clan Mancuso, arrestato un cancelliere del tribunale di Vibo al servizio della cosca, arrestati sindaci e persone a disposizione della mafia per aggiustare processi al Tar di Catanzaro, circa 250 pagine di capi di imputazione, un’ordinanza di oltre 13 mila pagine”.

Per la prima volta il Capo della Procura della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri accetta di parlare di un suo vecchio amico, uno dei più grandi investigatori della FBI americana, Sieben William Scott, per anni “Special Agent” della DEA in Europa e con cui Gratteri ha condiviso inchieste difficili e transnazionali, e a cui Gratteri ha voluto “intestare” la sua maxi-operazione contro la famiglia dei Mancuso e che ha portato all’arresto di 334 persone e 416 indagati. Sieben William Scott era un marines americano di primissimo ordine, entrato poi nella FBI e diventato grazie al suo coraggiosissimo lavoro contro il mondo organizzato della criminalità americana Capo della DEA (Drug Enforce Administration) in Europa.

Per lungo tempo Sieben William Scott ha vissuto a Roma, coordinando l’attività del suo gruppo-speciale in tutta Europa dal suo ufficio al primo piano dell’Ambasciata Americana di Via Veneto, e per lunghi anni è stato nei fatti uno dei migliori consulenti e poi amico personale di Nicola Gratteri. Bene, l’operazione conclusa nei giorni scorsi dal giudice Gratteri contro la Ndrangheta ha questo duplice nome “Rinascita Scott”, e lo ha per due motivi diversi. Primo, “Rinascita”: “perché l’inchiesta nasce e parte dalla provincia di Vibo, colpisce in prima persona il clan potentissimo dei Mancuso di Limbadi e mette alle corde un sistema di potere senza pari al mondo.

“Rinascita” -spiega il Procuratore di Catanzaro- perché abbiamo pensato che da oggi in poi finalmente questa provincia della Calabria centrale possa finalmente liberarsi dal gioco subito in tutti questi anni e possa riprendere fiato e vita, e quindi rinascere”. Secondo, “Scott”: “Dal nome di un nostro grande amico e compagno di lavoro,

di un ufficiale americano che io ho conosciuto tanti anni fa in America e che è stato per noi uno dei consulenti di maggiore affidabilità e competenza, un uomo che conosceva il mondo dei cartelli della droga come nessun altro al mondo, e che ci aiutato a capire quali fossero i legami tra i cartelli colombiani e la ‘Nrangheta calabrese. Sieben William Scott è l’uomo che ci ha inserito in meccanismi di conoscenza e di comprensione che altrimenti sarebbero stati tabù per noi italiani e che ha continuato a seguire le nostre operazioni poi anche in giro per tutta Europa, quando poi lui si è trasferito a Roma”.

L’idea del nome Scott è venuta al tenente colonnello Massimiliano Dangeloantonio, uno dei migliori investigatori dei Ros e uomo di estrema fiducia di Gratteri: “Stavamo facendo una riunione di lavoro e ci è giunta la notizia dagli Usa che Sieben William Scott, il nostro vecchio amico di sempre, era morto anni prima, vittima di un incidente della strada, e allora ricordare il suo nome e legare il suo nome a questa operazione ci è sembrata la cosa più naturale e doverosa che si potesse fare”.

La cosa più bella che Gratteri oggi si porta dentro è il grazie che dagli Stati Uniti d’America, gli è venuto direttamente dalla famiglia di Sieben William Scott e dai vertici della DEA americana: “Gli americani hanno un culto dei morti che forse noi non abbiamo, e hanno soprattutto il culto della riconoscenza per gli eroi nazionali, e per la DEA Sieben William Scott è senza dubbio un grande servitore dello Stato americano.

Ricordandolo noi, e legando il suo nome a questa maxi-operazione, abbiamo reso onore ad un grande investigatore e ad un grande cittadino americano”. Ai giovani che hanno seguito l’evolversi della sua maxi-operazione in TV Gratteri lancia un appello di grande forza mediatica: “Dovete avere il coraggio di occupare gli spazi che oggi vi abbiamo restituito, dovete andare in piazza, impegnarvi, andare oltre.

Questo è il cambiamento, altrimenti ci faremo trainare una volta da una parte e una volta dall’altra”. A Vibo, la settimana scorsa, in migliaia sono scesi in piazza per manifestare al giovane magistrato calabrese la propria ammirazione, segno evidente di come la gente comune si fidi di lui e di quanto creda in lui, più di quanto non si possa immaginare.

Nicola Gratteri, insomma, icona modernissima di una concezione della giustizia e del diritto a cui nessuno di noi era più abituato, e che solo Giovanni Falcone, venti anni prima, aveva avuto il coraggio di anticipare, pagandone poi le conseguenze più dirette con l’attentato di Capaci che costò la vita non solo a lui, ma anche alla sua compagna di vita Francesco Morvillo e alla sua scorta.

Guai a dimenticare queste cose. “Un magistrato come Nicola Gratteri, un uomo come Nicola Gratteri, un servitore dello Stato come Nicola Gratteri -sottolinea il leader del Movimento5Stelle e Ministro degli Esteri Luigi Di Maio- merita solo rispetto e il riconoscimento di tutte le istituzioni”.

Ma Di Maio va ancora oltre, e aggiunge che “Qualsiasi altra autorità che impiega la propria vita per combattere le mafie merita il riconoscimento e il rispetto di tutti. Non insulti, come ha fatto qualcuno in questi giorni, che ha avuto il coraggio di definire tutto uno show, uno spettacolo. Questi comportamenti sono inaccettabili in un Paese dove piangiamo ancora i martiri della lotta alla mafia. Grazie a Gratteri a nome del governo e della forza politica che rappresento”.

E’ evidente che il clima di tensione e di paura che Gratteri respira ormai da anni sulla sua pelle, per via delle mille minacce dirette al suo lavoro e al suo ruolo, si sia fortemente elevato, e non a caso forse nella sua ultima intervista a SkyTg24, ospite della giornalista Maria Latella, abbia risposto in questo modo: "Certo che ho paura, ma la paura va addomesticata, bisogna imparare a dialogare con la morte.

Io ho fatto una scelta precisa nel 1989, quando ci fu un attentato contro la mia fidanzata alla quale dissero che stava a fianco ad un uomo morto. Nel corso degli anni ho ricevuto molte minacce ma siamo uomini di Stato, e come tali vogliamo fare qualcosa per questa terra e per la nostra nazione”.

Ma la vera grande amarezza di queste ore, per il Capo della DDA di Catanzaro, è però un’altra, e riguarda la maniera superficiale, estremamente superficiale, con cui la grande stampa italiana ha raccontato o sintetizzato la sua maxi-operazione anti-Ndrangheta: “Il Corriere della sera - sottolinea Nicola Gratteri- ha riportato la notizia alla ventesima pagina, Repubblica e la Stampa in quindicesima-sedicesima pagina, mentre Il Fatto quotidiano l’ha riportata in prima pagina, ma così anche L’Avvenire ed il Manifesto”.

Ma perché grandi quotidiani nazionali come quelli appena citati hanno “sottovalutato” la sua inchiesta? Gratteri sorride, lo fa alla sua solita maniera di sempre, sornione, e con una semplicità così palese del volto che è davvero disarmante: “Non so cosa sia successo. Andrebbe chiesto ai direttori dei giornali. Non ho la minima idea: Fossi stato io il proprietario di questi giornali mi sarei molto preoccupato, certamente avrei chiesto e preteso maggiori spiegazioni”.

Tutto qui? Nicola Gratteri non conosce neanche in questa occasione mediazione alcuna, e con la sua tradizionale determinazione si lascia andare questa volta ad una vera e propria lezione di giornalismo: “Francamente -risponde- mi auguro sia stata una svista, ma certamente dal punto di vista giornalistico è stata una vera e propria “buca”. Insomma, un incidente di percorso? O una sottovalutazione dell’inchiesta? “La maggior parte dei giornali italiani aveva il dovere di sostenere Gratteri e la sua squadra in questi giorni -ripete con insistenza lo stesso Luigi Di Maio- invece di scrivere titoli sulle solite beghe della politica”.

Gratteri non intende invece commentare in nessun modo l’attacco che gli è venuto nelle ore immediatamente successive agli arresti dal Procuratore Generale di Catanzaro Otello Lupacchini, e per il quale “I nomi degli arrestati e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione sulla stampa che evidentemente è molto più importante della procura generale contattare e informare”.

Ma non finisce qui. L’alto magistrato è ancora più duro nei riguardi di Gratteri, e in un passaggio chiave della sua intervista rilasciata a TG-Com 24 fa espresso riferimento alla “evanescenza di molte operazioni della procura distrettuale di Catanzaro stessa”. Un attacco in piena regola, una vera e propria tempesta, che ora rischia però di diventare un “caso nazionale”, da trasferire discutere e affidare alla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, che si occupa appunto delle controversie più spinose della corporazione.

Gratteri isolato? Tutt’altro! Anzi, accanto a lui scendono pesantemente in campo e in sua difesa sia l’ANM che Magistratura Indipendente, il rischio di delegittimazione dell’operazione guidata da Gratteri contro la Ndrangheta si fa davvero pesante, e non può venire – sottolineano i magistrati italiani- da una delle più alte cariche del Palazzo di Giustizia. Il corto circuito è palese, ma è anche pericolosissimo.

Guai a dimenticare che la mafia decise di uccidere Giovanni Falcone nel momento in cui i poteri istituzionali lo avevamo di fatto isolato ed emarginato.

Durissimo il parere di Bruno Tinti, per lunghi anni giudice istruttore prima e sostituto procuratore poi al Tribunale di Torino, e dal 1995 al 2008 Procuratore Aggiunto, uno insomma che di queste cose ne sa più di tutti noi: “Una cosa comunque è certa- scrive l’ex magistrato su Italia Oggi, il giornale per il quale collabora- L’obbligo di avvisare preventivamente il procuratore generale delle singole fasi di un’indagine non esiste: la legge prevede solo che si comunichi (presumibilmente all’inizio) l’esistenza di essa.

E forse questo Gratteri lo ha fatto; perché Lupacchini non gli contesta la violazione del citato articolo 118 ma di non averlo avvisato prima di arrestare” La difesa dell’ex Procuratore di Ivrea, titolare della famosa inchiesta su Telekon Serbia, a favore di Gratteri è incondizionata: “Delle due l’una: il procuratore generale Lupacchini ignora l’esistenza di questa norma; oppure sa che non è stata violata.

Forse il dispetto e l’antipatia hanno preso il sopravvento. Miserie. Non fosse che delegittimare i magistrati e il loro lavoro è stupido e pericoloso. La guerra alla mafia è una cosa seria: le ripicche da cortile lasciamole alle fazioni che giornalmente si azzuffano in Parlamento. E uno che è al centro del mirino da 30 anni non è proprio il caso che si cerchi di isolarlo e di farlo apparire un presuntuoso incompetente”. Il momento peggiore di questo maxi-blitz - ricorda lo stesso Gratteri- è stato invece il momento in cui abbiamo scoperto e capito che “qualcuno al di fuori del nostro palazzo di giustizia sapeva già tutto dell’inchiesta”, e che si era già preoccupato di informare i diretti interessati delle decisioni e delle prossime mosse della Procura di Catanzaro. Il rischio era evidentemente grosso.

Sarebbe potuto saltare tutto, ma la cosa che più preoccupava il Procuratore Gratteri è che la stragrande maggioranza delle persone che stavano per essere arrestate, avvertite in tempo, avrebbero potuto non farsi trovare e rendersi latitanti. D’urgenza e in gran segreto Gratteri convoca allora una riunione operativa nel suo ufficio in Procura, e quando si sente rispondere che “diventa difficile” anticipare un’operazione che vedrà impegnati quasi 3 mila uomini non sta più nella pelle.

I toni della discussione si fanno pesanti, fino a quando Gratteri non decide di chiamare direttamente i vertici dell’Arma dei Carabinieri per spiegare le sue ragioni. Lo stesso Gratteri non ha nessun dubbio sugli autori della soffiata: “sono certo – dice-che la soffiata sia partita dagli addetti ai lavori, ovvio, non può essere stato il barista della piazza.

Qualche idea ce l’abbiamo anche, e ci stiamo lavorando. La storia spiegherà anche chi è stato”. Non vorremmo essere nei panni di costoro quando il Procuratore li convocherà per i primi interrogatori di rito. Alla fine, però, vince lui, e in meno di dodici ore il Comando Generale dell’Arma lo informa di aver spostato “sui terreni dell’inchiesta, i militari richiesti”. Attenti, parliamo di almeno 3 mila uomini, e anche in questa occasione, va detto, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri dimostra non solo il suo valore personale, di grande investigatore e di grande esperto di lotta internazionale al mondo del crimine, ma dimostra soprattutto quanto l’Arma dei Carabinieri sia “sempre pronta a servire le ragioni della legalità e del Paese”.

A operazione conclusa Gratteri non ha nessuna difficoltà a riconoscere che senza l’aiuto delle forze di polizia avute accanto a lui quella notte non avrebbe ottenuto gli stessi successi: “Quello che abbiamo portato a termine – non fa che ripetere alle televisioni di tutto il mondo- è un lavoro di squadra, frutto della collaborazione di colleghi meravigliosi, soprattutto giovani magistrati molto più bravi di me, che lavorano dodici ore al giorno, anche sabato e domenica.

Ma frutto in special modo di migliaia di carabinieri, poliziotti e finanzieri con cui ogni giorno lavoriamo straordinariamente bene insieme. Io per tutti loro posso essere considerato solo una guida, ma alle conclusioni di una inchiesta così importante si arriva solo se credi nel lavoro complessivo della squadra. Sarebbe un errore pensare che sia io da solo a fare una indagine. Un’ operazione così imponente o la facciamo tutti assieme o rischia di fallire, e vi assicuro che anche se io dovessi domani non esserci più, per un motivo o per un altro, il nostro lavoro statene certi andrà avanti lo stesso senza di me e come un treno, perché tutti sanno e tutti hanno condiviso la struttura portante della nostra indagine.

Vedrete, sarà la storia a spiegare tante altre cose, magari ancora non dette o poco chiare, ma questa è oggi la nostra forza”. Verrebbe da dire che, se vent’anni fa a Palermo Giovanni Falcone avesse avuto la fortuna di avere una squadra come questa di Gratteri, probabilmente la sua vita sarebbe stata diversa da quella che la storia ha ormai cristallizzato per sempre.

Il quadro sociale di allora è identico a quello di oggi. Gratteri non ha dubbi su questo e ripete un concetto che è ormai parte di se stesso: “La nostra indagine, e che abbiamo chiamato “Rinascita Scott” è certamente la più imponente operazione antimafia di questi anni dopo il maxi-processo di Palermo, ed è lo spaccato dell’Italia di questi anni, una cosa veramente enorme, dove ci sono oltre 35 aziende sequestrate, protagonisti i rappresentati politici di tanti partiti diversi, e che dimostra di come la ’ndrangheta sia entrata ormai a pieno titolo e si sia pesantemente seduta negli apparati vitali dello Stato e della Pubblica amministrazione".

Ma tutto questo non è altro che il frutto della debolezza strutturale della politica classicamente intesa. Impietosa, e quasi dissacrante, è l’analisi che Gratteri fa oggi di un certo sistema politico italiano. Lui parla di una “politica fortemente inquinata”, ma sottolinea che “il problema non è solo meridionale ma riguarda tutta l’Italia, oltre al fatto che per il riciclaggio ed il traffico di droga la ’ndrangheta è oggi l’unica mafia presente sui mercati di tutti i continenti”. Per il Procuratore di Catanzaro “La scelta, la strategia della ’ndrangheta di saldare tutta una serie di accordi con le istituzioni risale al 1970, quando la ‘ndrangheta creò la nuova dote della "santa", e che consentiva la doppia affiliazione sia alla ’ndrangheta che alla massoneria deviata.

Questo -spiega Gratteri-è stato il vero grande salto di qualità, che ha poi permesso agli adepti delle logge massoniche deviate, di legare rapporti organici con uomini delle istituzioni e con i quadri-chiave della Pubblica amministrazione” E tutto questo, sarebbe accaduto sotto gli occhi di tutti: “ Mentre magistrati, forze dell’ordine, giornalisti, storici, professori universitari e pezzi importanti della politica continuavano invece a raccontare una mafia stracciona, la mafia dei pastori, la mafia di sequestratori di persone, una mafia che ormai non esiste più, perché la mafia si è radicalmente trasformata, e perché poi nella realtà ha sempre trovato modo di legare e saldare rapporti organici con la Pubblica amministrazione”.

Una mafia insomma per anni, ingenuamente, o volutamente sottovalutata dagli osservatori più privilegiati del Paese.

Nicola Gratteri descrive e spiega la debolezza della politica con una semplicità quasi raccapricciante, ma questo è il dato incontestabile che viene fuori oggi da questo suo ultimo maxi-blitz: “Negli ultimi 20 anni la politica si è indebolita tantissimo, e questo indebolimento ha avvantaggiato le mafie, soprattutto la ‘ndrangheta, perché questa enorme organizzazione criminale ha occupato, dal punto di vista dell’interlocuzione sociale, gli spazi lasciati vuoti dalla politica”.

Ma cosa significa tutto questo? Gratteri è un fiume in piena. “Vede, -risponde- mediamente un politico è presente sul territorio sei, sette mesi prima delle elezioni, poi il giorno dopo che si vota o scompare, o nella migliore delle ipotesi cambia il suo numero di telefono. Il capomafia è invece presente sul territorio 365 giorni l’anno. Il capomafia dà risposte alla gente comune in qualunque momento, sono magari risposte sbagliate, a volte truccate e drogate dal sottosviluppo esistente, perché risposte legate alla dipendenza e alle schiavitù più moderne, ma interpellato dà risposte, e lo fa generalmente in aree dove la disoccupazione tocca anche il 50%.

È la disperazione dei nostri paesi e della nostra gente che porta a rivolgersi alla ’ndrangheta, e la Ndrangheta questo lo ha capito bene, e sfrutta questa subalternità e questo bisogno da parte della gente comune di avere comunque delle risposte a suo beneficio”. Un meccanismo assolutamente bestiale che dovrebbe far riflettere ognuno di noi. Torniamo alla provocazione iniziale, “Gratteri Man of the Year”, se non lo faranno altri, lo farà PPN-News, proponendo al Presidente della Camera per il magistrato calabrese un “Premio alla Carriera” come Icona della legalità in questo Paese dove il dibattito sul diritto e sulla giustizia rischia di arenarsi oggi sulla “Riforma Bonafede”





Abolizione della prescrizione e riforma Bonafede, torna la protesta degli avvocati penalisti

 

Prosegue la battaglia contro l’abolizione della prescrizione. Gli avvocati penalisti di tutta Italia si preparano a ridiscendere in piazza contro la riforma Bonafede, e in difesa di quello che le Camere Penali chiamano il diritto alla difesa sancito dalla Carta Costituzionale.

Nella loro ultima delibera di Giunta, le Camere Penali, quindi gli avvocati penalisti di tutta Italia, riconfermano la propria determinazione a combattere in ogni forma e in tutte le maniere possibili perché la Riforma della Prescrizione fortemente voluta dal Ministro Bonafede venga a sua volta rivista e rimodellata nel rispetto del diritto alla difesa di ogni cittadino di questo paese. “Nonostante il prossimo e preannunciato vertice di maggioranza del Governo Conte- questa la denuncia dei penalisti italiani- perdura il silenzio del Ministro di Giustizia in ordine alla richiesta dei dati statistici su quali siano i reati che ogni anno si prescrivono, fino ad oggi non a caso sistematicamente nascosti alla pubblica opinione e al Parlamento della Repubblica, e incredibilmente persino al Governo che il prossimo 7 gennaio 2020 dovrà discutere sul tema della prescrizione senza conoscerne i dati”. Non hanno dubbi i penalisti italiani sul da farsi nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, e nella loro delibera conclusiva elencano le tappe di questo percorso di guerra: “Prossimo ricorso giurisdizionale per ottenere una semplice verità statistica sulla prescrizione che demolirebbe il castello di menzogne sulle quali è stata costruita una delle più sgangherate e pericolose riforme della storia repubblicana, pieno sostegno al progetto di legge Costa per l’abrogazione della controriforma Bonafede della prescrizione, progetto referendum e prossimi incontri con tutte le forze politiche e parlamentari, la società civile e tutte le componenti dell’Avvocatura per valutare la concreta ed effettiva possibilità di costituire un Comitato Promotore del referendum abrogativo della riforma Bonafede”. Senza tregua, e soprattutto senza nessuna forma di mediazione possibile. Per i legali penalisti la Riforma Bonafede è quanto di più tragicomico si potesse dare alla luce. Per questo le Camere Penali “assumono l’impegno incessante contro i monologhi a senso unico sui media e la incivile campagna di mistificazione e di inganno della pubblica opinione sulla prescrizione, condotta senza ritegno dal fronte populista, perfino con la manipolazione spudorata degli scritti di Cesare Beccaria, per acquisire falsamente il grande giurista -simbolo dell’UCPI- nientedimeno che tra i sostenitori della abolizione della prescrizione”. La delibera dell’Unione per lo stato di agitazione e per la prossima campagna politica che, lungi dall’essersi conclusa, - avvertono infine i penalisti italiani- “prosegue ora con obiettivi ancora più ambiziosi e determinati”.(B.N.)





Preso il presunto omicida dell’anziana assassinata in una cascina nel milanese

 

E’ uno dei dipendenti che lavorava nella cascina, un cittadino bulgaro, l’uomo fermato su disposizione del pm di Milano Gianluca Prisco, in relazione all’omicidio dell’anziana Carla Quattri Bossi, 90 anni, trovata morta in una cascina nella periferia sud della città. L’uomo nella notte ha confessato l’omicidio. In più gli uomini della squadra mobile e della polizia scientifica hanno trovato nell’abitazione dell’uomo, monili che appartenevano alla vittima, tracce di sangue, un’impronta di una scarpa compatibile con quelle presenti sulla scena del crimine e i vestiti che avrebbe indossato al momento del delitto, già in lavatrice e alcune banconote, probabilmente frutto della rapina. Il bulgaro ha cercato, nel corso del lungo confronto con gli inquirenti, di discolparsi per poi ammettere e dire di essere stato colpito da un raptus, visto che i valori trovati erano decisamente inferiori a quanto si aspettasse.  Le indagini sono coordinate dal pm Prisco e dal procuratore aggiunto Laura Pedio.





Travolte ed uccise a Senigalia da un uomo alla guida ubriaco

Ancora una strage in strada, due donne sono state investite e uccise nella notte sulla strada provinciale "Arceviese" a Senigallia. Le vittime, Sonia Farris ed Elisa Rondina, 34 e 43 anni entrambe di Fano, erano appena uscite dalla discoteca "Megà". Camminavano a bordo strada quando sono state travolte da un’auto condotta da un uomo del posto, Massimo Renelli, trovato con un tasso alcolemico di quattro volte superiore al limite di legge. L’uomo, 48 anni, è stato arrestato.

Amiche inseparabili abitavano entrambe a Fano. Sonia faceva la parrucchiera e gestiva un negozio a Saltara, Elisa era insegnante alla scuola elementare di Tavernelle, frazione del comune di Colli al Metauro. Come riporta Anconatoday, le due erano vicine di casa e condividevano la passione per i balli latinoamericani. Avevano deciso di trascorrere la serata dell’Epifania al Megà di Senigallia per partecipare alla Mega Notte Latina, al ritmo di salsa, bachata e balli di gruppo.

La tragedia è avvenuta tra le 4 e le 5, tra Bettolelle e Casine di Ostra: le due donne stavano probabilmente raggiungendo la loro automobile, quando sono state travolte dal mezzo in transito e sono state sbalzate a qualche metro di distanza. Sarebbe stato lo stesso investitore a chiamare i soccorsi, risultati però inutili: i corpi sono stati recuperati su un campo ai margini della strada. . L’uomo, di Senigallia, è stato arrestato per duplice omicidio stradale e nei suoi confronti sono in corso accertamenti per verificare se avesse fatto uso di droga. Sul luogo i vigili del fuoco, il 118 e la polizia stradale.





Follia a Imola: punisce con la morte l’uomo che aveva rubato il cellulare al figlio. Arrestato

Un uomo di 44 anni è stato arrestato con l’accusa di aver investito con l’auto e ucciso un marocchino 25enne, con cui aveva litigato nei giorni scorsi per un cellulare rubato a suo figlio. E’ successo domenica sera a Imola (Bologna). L’uomo si è costituito al commissariato di polizia poco dopo i fatti, dicendo però che non voleva investire la vittima. E’ finito in manette per omicidio volontario.  L’arresto è stato deciso in coordinamento con il pm di turno, Anna Cecilia Sessa, anche alla luce del pregresso tra i due. Alla base del folle gesto, infatti, ci sarebbe una diatriba per un cellulare rubato al figlio dell’italiano, residente a Imola. Due giorni fa la lite tra i due era finita con un’aggressione e una denuncia per lesioni.  La dinamica precisa del delitto è ancora al vaglio degli investigatori. Il giovane e’ stato investito da una Jeep in una strada stretta, senza marciapiedi. Poco prima erano arrivate segnalazioni alla polizia di una macchina che girava per Imola a forte velocità.





Piersanti Mattarella, L’Italia, la Sicilia e Palermo ricordano l’omicidio e la figura del Presidente della Regione Siciliana. Presente, per la prima volta, il Capo dello Stato

 

Davanti al luogo dell’eccidio, dove 40 anni fa è stato assassinato dalla mafia l’allora presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, si è tenuta la cerimonia commemorativa.Cinque corone di fiori, tra cui per la prima volta quella del governo, sono state posizionate ai lati della targa, in via Libertà a Palermo. Presenti i familiari, tra cui figli e nipoti di Mattarella. Per il governo il ministro del Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano; presenti le massime cariche istituzionali siciliane governatore Nello Musumeci, il presidente dell’Assemblea siciliana Gianfranco Miccichè, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Numerose anche le autorità civili e militari.

"La mafia che ha voluto uccidere Piersanti Mattarella non ha vinto, eppure non ha nemmeno perso perché quella riforma profonda delle istituzioni che Mattarella voleva realizzare in Sicilia, e di cui c’è bisogno in tutto il Paese, è un lavoro che ancora deve essere portato a compimento: le ragioni per cui è stato ucciso sono ancora attuali"."Il 6 gennaio di 40 anni fa la mafia uccideva il presidente della regione siciliana, Piersanti Mattarella. Per non dimenticare chi ha vissuto e lottato per un’Italia senza mafie, per un’Italia più libera. Per sempre grazie!". Lo scrive su facebook il segretario del Pd Nicola Zingaretti Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha seguito in silenzio, insieme ai suoi familiari la seduta solenne a Palazzo Reale a fianco di Maria e Bernardo. Erano presenti i figli del fratello Piersanti. Questa è la prima volta che Mattarella si reca in Sicilia per partecipare in prima persona alla giornata del ricordo per suo fratello.

 




Morte Soleimani, Amm. De Giorgi: "Avrà conseguenze destabilizzanti"

“La decisione di Trump di far uccidere il generale Soleimani avrà delle conseguenze destabilizzanti di ampia portata non solo nei rapporti con Teheran ma anche con il Governo iracheno che vive con crescente difficoltà la presenza delle truppe Usa sul suo territorio”. A sostenerlo è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 al 2016. “L’azione americana condotta il 3 gennaio arriva dopo mesi di passività degli Usa in Medio Oriente e in Mediterraneo. Basti pensare alla decisione di abbandonare la Siria al controllo di Turchia e Russia, i Curdi al loro destino, di non intervenire dopo lo spettacolare attacco di droni alla raffineria di Buqyaqin Arabia Saudita, all’abbattimento di Droni USA nello stretto di Hormuz, mantenendo un basso profilo in occasione delle ultime provocazioni di Kim Jon- un e l’assenza dalla scena Libica. Vista l’importanza del Generale ucciso - osserva De Giorgi - le conseguenze potrebbero estendersi oltre il Golfo Persico, in Mediterraneo, in Siria e in Libia, ad esempio mettendo in ombra la crisi libica in attesa delle mosse iraniane, lasciando di fatto maggiore libertà d’azione alla Turchia nell’inserire truppe regolari a sostegno di Al Serraji e alla Russia di muoversi in modo più aggressivo”. “La speranza è che la decisione di Trump faccia parte di una strategia complessiva di ampio respiro che abbia previsto come contenere le inevitabili ritorsioni iraniane, la destabilizzazione ulteriore dell’Iraq, del Golfo Persico, dello Yemen e che non sia invece una mossa finalizzata a ribaltare l’immagine di un Presidente distratto o addirittura debole in politica estera all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali. La storia è ricca di esempi di decisioni azzardate in politica estera per rafforzare il consenso del popolo tramite l’orgoglio nazionale e il mito della Patria in pericolo. Potrebbe funzionare. Ma a quale prezzo. Intanto, da oggi la causa sciita ha un nuovo luminoso martire”, conclude l’ammiraglio De Giorgi.




Di Maio sulla crisi tra Iran e Usa: “Italia esposta a ritorsioni”

"Chi ancora crede che la strada sia la violenza, è fermo al passato o non ha ancora compreso le lezioni dalla storia. E, quel che è peggio, sta esponendo tutti gli italiani a un pericolo di ritorsioni". E’ quanto scrive il ministro degli Esteri Luigi Di Maio su Facebook parlando della situazione in Iran e Libia. "Ora - dice - non è più il tempo di rischiare morte, terrorismo, ondate migratorie insostenibili, ora è il momento di scommettere sul dialogo, sulla diplomazia e sulle soluzioni politiche".





L’addio di Teheran al suo generale. Milioni di persone in piazza. Alto ufficiale dei Pasdaran: "Colpiremo anche le truppe britanniche". La figlia di Soleimani: “Giorni bui per gli americani”

Una folla valutata in qualche milione di persone ha invaso le strade di Teheran per dirigersi all’università della capitale dove si è tenuta la cerimonia funebre per il comandante delle forze di Qods, Qassem Soleimani, ucciso in Iraq dalle forze statunitensi venerdì. A guidare le preghiere per il generale iraniano è stato Ali Khamenei, guida Suprema dell’Iran. Presenti anche anche il leader di Hamas Ismail Haniyeh, il suo vice Salah al-Aruri e il leader della Jihad islamica Ziad Nakhale.  Un alto ufficiale della Qods, il braccio internazionale della Guardia rivoluzionaria iraniana guidato fino alla sua uccisione dal generale Qassem Soleimani, ha detto al Times che anche i soldati britannici in Medioriente potrebbero essere colpiti. Si tratterebbe, secondo quanto riportato dal sito del quotidiano, di eventuali "danni collaterali" negli attacchi alle forze armate statunitensi.  Poi lo schiaffo delle figlia del generale ucciso dagli americani: “Le famiglie dei soldati statunitensi di stanza in Medio Oriente "dovrebbero aspettarsi la morte dei loro figli", ha tuonato Zeinab Soleimani, durante la cerimonia funebre per suo padre all’università di Teheran. E dalla tv di Stato ha rincarato la dose: "Pazzo di un Trump, non credere che sia finito tutto con il martirio di mio padre. Per gli americani arriveranno giorni bui". Sottolineando la necessità di una vendetta immediata verso gli Stati Uniti, ha definito Trump, come fece una volta il padre, un "giocatore d’azzardo". "Hai fatto un errore storico - ha aggiunto - non potrai seminare discordia tra Iran e Iraq".